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Lanzarote. L’isola canaria alternativa

Come la spieghi un’isola come Lanzarote a chi non ci è stato? Forse meglio di tutto attraverso le parole di chi ci ha vissuto…

Il piacere profondo, ineffabile, che è camminare in questi campi deserti e spazzati dal vento, risalire un pendio difficile e guardare dall’alto il paesaggio nero, scorticato, togliersi la camicia per sentire direttamente sulla pelle l’agitarsi furioso dell’aria, e poi capire che non si può fare nient’altro, l’erba secca, rasente al suolo, freme, le nuvole sfiorano per un attimo le cime dei monti e si allontanano verso il mare, e lo spirito entra in una specie di trance, cresce, si dilata, manca poco che scoppi di felicità. Che altro resta, allora, se non piangere?

Queste le parole uscite dalla penna di Josè Saramago, Premio Nobel portoghese, da poco scomparso, che dal 1993 aveva scelto di vivere sull’isola.

“Che altro resta, allora, se non piangere?” Sì, perché gli animi sensibili si commuovono facilmente a Lanzarote. Si viene sopraffatti da stimoli continui: dal paesaggio che muta in continuazione dalla forza dell’oceano, dai colori. Un po’ ci si smarrisce in quest’isola canaria, si diventa estemporanei: pare di trovarsi nell’era geologica sbagliata e si perde facilmente la percezione degli spazi.

Sul Timanfaya – il Parco Nazionale Riserva della Biosfera Unesco che occupa la costa occidentale dell’isola – gli occhi si riempiono di colori saturi e abbacinanti: colate laviche nere e antracite si alternano a quelle più antiche di colore rosso creando un contrasto mozzafiato col blu oltremare dell’oceano in lontananza e del ceruleo brillante del cielo. Madre natura offre il meglio di sé nonostante le condizioni imposte dall’asperità del paesaggio vulcanico.

timanfaya

Questo concetto trova esemplificazione perfetta in una delle tipicità dell’isola: la Malvasia Volcánica. Ogni bottiglia di vino è una piccola e sofferta vittoria. Il terreno, pur essendo ricco di minerali e nutrienti, è difficile da coltivare. Il picón, la cenere, trattiene l’umidità notturna e consente alle piante di crescere nonostante il clima semidesertico, con scarsissime precipitazioni e vento costante. Ogni vite viene piantata e fatta crescere all’interno di un “pozzo sommerso” di circa tre metri di profondità e cinque di larghezza che viene poi protetto da semicerchi di muro a secco chiamati zocos. Non si può che simpatizzare per questa terra così combattiva che con le piogge riesce persino a tingersi di verde in pochi giorni.

Il richiamo di Lanzarote è selettivo, lanciato appositamente a tutti gli spiriti avventurosi. È un’isola che ama essere esplorata in ogni suo angolo, perché è proprio nel più remoto dei suoi angoli che troverete qualcosa di inaspettato. L’isola vi istigherà all’ “itineranza”. Abbandonate l’idea di arenarvi su una spiaggia. E se siete giunti qui con questo unico intento, desolati, vi trovate sull’isola sbagliata.

E tuttavia la bellezza di Lanzarote risiede anche nella moltitudine e nella varietà delle sue spiagge, dai colori diversi e ciascuna con un quid unico. Ma diciamocelo, non si viene qui per fare spiaggia dalle 8.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 20.00. Il richiamo delle bellezze naturali che questo angolo di mondo offre sarà più forte e difficilmente riuscirete a stare fermi. Vi verrà voglia prendere un auto a noleggio – a prezzi davvero convenienti –  e partire: Mirador del Río, Cueva de los Verdes – dove vi attende una divertente sorpresa – , Jameos del agua o ancora la Fundación Manrique, il mercato domenicale di Teguise, Charco de los Clicos e il borgo di El Golfo.

Siamo andati a pranzo a El Golfo. Una giornata magnifica, con una luce viva e, insieme, tenue, per quanto contraddittorio sembri.

È sempre Saramago a parlare nei suoi Quaderni di Lanzarote. Vi consigliamo di concedervela una pausa pranzo in un ristorante a El Golfo e quella sarà davvero la ciliegina sulla torta: del buon pesce, un ottimo bicchiere di Malvasia Séco e l’Oceano Atlantico.

Quindi, la prossima volta che pensate alle Canarie, ricordatevi della sorella un po’ più selvaggia, un po’ più vulcanica, quella che se ne sta un po’ in disparte ma che in realtà ha un sacco di cose da raccontare!

 

teguise
Centro di Teguise © Francesca Minto

 

Lagomar
Lagomar, opera dell’architetto César Manrique, poliedrico personaggio cui si devono le decisioni governative che hanno tutelato il paesaggio, come quella di vietare gli edifici (esclusi gli alberghi) di altezza superiore ai due piani. Così sono sopravvissute le tipiche case basse e bianche, dalle imposte verdi nell’interno e blu sul mare. © Francesca Minto

 

lagomar
Ancora Lagomar ©Francesca Minto

 

cueva de los verdes
La Cueva de los Verdes, meravigliosa grotta facente parte di un percorso visitabile di 2 km, la cui formazione risale alla grande eruzione vulcanica di Monte Corona datata quasi più di 5.000 anni fa. ©Francesca Minto

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